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“Il mito di Aretusa”, rapisce i sensi degli spettatori: buona la prima

Con questo spettacolo Siracusa, ancora una volta, si dimostra all’altezza della sua stessa storia, capace di far coesistere mito e realtà, magia e materia

di Federica Capodicasa

Il parco della Neapolis di Siracusa è stato lo scenario ieri sera della prima rappresentazione de “Il mito di Aretusa”, il racconto della storia (d’amore?) tra la prediletta tra le ninfe della dea Artemide e il satiro Alfeo, figlio di Oceano, il quale, invaghitosi della perfezione del suo corpo e della sua virtù, decretò di volersene impossessare, nonostante il rigetto risoluto di Aretusa stessa e della sua protettrice.

Perseverante nell’intento, Alfeo sfidò sorte e natura per seguirne le tracce dalla lontana Grecia fino in Sicilia, a Siracusa, luogo in cui Aretusa trovò sostegno e difesa grazie alla sua sacra paladina che, per proteggerla dal satiro ammaliatore, mutò il suo corporeo profilo in candido liquido.

mito aretusa siracusapressE altrettanto fece l’ingannevole seduttore che, pur di poterla possedere, mutò egli stesso, divenendo fiume.
Entrambi, ormai, di umida forma, diedero così vita alla leggenda della fonte di Ortigia: l’Aretusa.

Più che uno spettacolo, un piano, quello ideato dal regista Guglielmo Ferro, un viaggio nei sensi e nei luoghi, alcuni finora inaccessibili al pubblico, in cui lo spettatore diventa parte integrante dell’azione narrativa muovendosi tangibilmente tra le ghiaie e le rocce e gli sterpi di alcuni tra i siti più belli della Neapolis: la grotta del Salnitro, la grotta dei Cordari e l’orecchio di Dionisio.

In questo primitivo teatro, che è anche platea al contempo, lo spettatore viene restituito a un tempo immemore, attraverso una narrazione piuttosto statica e in contrapposizione con la dinamicità degli effetti scenografici.
Il pubblico, rapito dal dinamismo delle animazioni 3D che, meravigliosamente, lo conducono nel regno delle ninfe, nella collera di Artemide, nell’ira di Oceano e, infine, nell’animo stesso di Aretusa, ormai tramutata in fonte, non si può porre interrogativi.

In quel momento, ghermito forse alla logica dai sensi attivi e dalla connessione inevitabile con quel mondo antico, lo spettatore non si può domandare il motivo per il quale Alfeo non compare nell’azione narrativa o la ragione per la quale, nonostante abbia sentito descrivere Aretusa come portatrice di prosperità e fertilità, la veda avanti a sé così sottile, così eterea da non percepirne quasi i contorni.

O ancora il perché sia stata proprio la voce del poeta Filosseno a strappare lo spettatore a quel mulinello di passioni, a svegliarlo dal torpore dei sensi, a scuoterlo al termine del capitolo narrativo, per catapultarlo nell’oblio dell’orecchio, luogo di tirannia e prigionia, in cui si spengono luci e pulsioni.

mito aretusa siracusapressÈ il sottile inganno di Ferro che ha sconquassato le coscienze indorando una storia di sostanziale prepotenza che, se vogliamo, ha strette connessioni con la moderna società, un’epoca in cui la donna è, purtroppo, ancora considerata come proprietà dell’uomo.

Eppure, il tiranno muore, vinto dalla sua stessa presunzione. E questa è l’attesa.

Siracusa, ancora una volta, si dimostra all’altezza della sua stessa storia, capace di far coesistere mito e realtà, magia e materia.

Ieri notte c’ero anche io e mentre procedevo osservando ciò che forse non avevo ancora mai visto, mi sono chiesta: “in quale altro posto, se non qui?”

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