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Esattamente come l’11 luglio 1982 a Madrid

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Il tetto più alto d’Europa è stato raggiunto, ma l’Italia ha sofferto, tutta l’Italia, non solo la corazzata di Mancini

[/vc_column_text][vc_text_separator title=”di Federica Capodicasa”][vc_column_text]Qualcuno ha detto che è stata la data a portar bene.

L’11 luglio, un giorno storico, due cifre, due finali vittoriose, quella del 1982, quando la criticata Italia di Bearzot, polverizzava malcontento e polemica, portandosi a casa il terzo titolo mondiale e quella di ieri, perché erano ancora le 23,56 quando Donnarumma parava clamorosamente su Bukayo Saka trascinando così la sua, la nostra nazionale, in un dejà-vu da brivido.

italia europei siracusapressIl tetto più alto d’Europa è stato raggiunto e il cielo, per rispolverare la famosissima boutade di ormai imperitura memoria del buon Caressa, si è tinto di azzurro sopra Londra (stavolta).

L’Italia ha sofferto, tutta l’Italia, non solo la corazzata di Mancini, perché al secondo minuto di un match non si può, non si deve, anzi, subire una rete.

In quei centoventi secondi c’era chi, ancora, stava scaldando muscoli e mente sul tappeto verde, c’era chi, comodamente seduto sul suo divano con una Peroni gelata in mano, ancora attendeva che la frittatona di cipolle finisse di cuocere e c’era chi, in un locale con un gruppo di amici, ancora doveva ordinare il suo cocktail, strillando nelle orecchie già piene di un cameriere troppo indaffarato.

Troppo poco, troppa rabbia e troppa inevitabile istantanea rassegnazione.

ultra inglesi siracusapressL’Inghilterra in Inghilterra. L’avversario a casa sua, il Wembley Stadium colorato di maglie bianche e rosse con qualche sporadica macchia di azzurro che, al terzo minuto di gioco, avrebbe potuto decretare di volersi mimetizzare. Ma pioveva, ieri, su Londra e l’aria era fredda e nessuno, dunque, ha osato levarsela, quella maglia.

L’aria era fredda, come l’infondo degli undici in campo che hanno sapientemente reagito, rimboccandosi maniche invisibili.

L’hanno inseguito quel gol, piccoli tocchi, rabone, passaggi di prima, lanci lunghi, ma la porta sembrava sempre troppo piccola o troppo lontana.

bunucci siracusapressCi sono voluti sessantasette minuti per riacciuffare quella parità tanto cercata, quattromilaventi secondi di apnea, ma con Bonucci siamo tornati a respirare.

Grinta, determinazione e audacia, queste le doti che hanno portato i nostri ai supplementari, prima e ai temutissimi rigori, poi.

Chiellini ha voluto che si battessero proprio da lì, come in semifinale, sotto la stessa curva, in quella stessa porta. Scaramanticamente parlando, l’Italia ha già vinto.

Se fosse stato un film, probabilmente, avremmo visto, a questo punto, le immagini indugiare sul capitano, sull’allenatore, su alcuni visi in tribuna, per poi dissolversi in un odioso nero e riaccendersi, infine, in una gazzarra di colori e sventolii. Perché i rigori non si guardano, si adocchiano tra le fessure di otto dita socchiuse.

La nona e la decima? Sul tasto della trombetta, sull’asta della bandiera, sulla fotocamera dello smartphone, sul bicchiere pieno, sulla spalla di un amico.

Sullo schermo della tivù, quasi a volerli toccare, quei prodi combattenti della scorsa notte magica.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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