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Anche la città di Archimede ieri ha festeggiato la vittoria della Nazionale contro la Spagna
[/vc_column_text][vc_text_separator title=”di Federica Capodicasa”][vc_column_text]L’Italia ancora non “s’è desta”. La nostra nazionale non si è ancora svegliata dal suo sogno europeo.
Ieri sera si è disputata la semifinale con la Spagna, un avversario forte sulla carta e sul campo, con cui la nostra Nazionale ha giocato ben dodici precedenti ufficiali, mantenendo un bilancio di sostanziale equilibrio nell’esito finale degli incontri.

Titubanti nei pronostici e nelle aspettative, gli italiani ieri sera, almeno inizialmente, non sono stati smentiti: la supremazia della Spagna è stata quanto mai evidente sia nell’incontro di gioco, che, soprattutto, in quello psicologico.
Se la forza di un singolo si traduce in semplice forza in quanto tale, la forza di un gruppo, invece, si moltiplica sempre per il numero delle sue teste, ma, soprattutto, dei suoi cuori. E in fatto di cuore, si sa, l’Italia non è seconda a nessuno e la Spagna ieri lo ha ben inteso, ai calci di rigore, al termine di centoventi minuti di allarmante sofferenza.
Un climax emotivo, più che una partita di calcio, sfociato in una dissolvenza non certamente scritta, quella della palla di Jorginho nella rete avversaria.
La nazionale italiana di calcio ha fatto il suo dovere, ci ha portato là dove siamo già stati. E chi c’era quindici anni fa, se lo ricorderà molto bene.
Era il 2006 e l’Italia vinceva una sofferta semifinale con una Germania presuntuosa che, a questo Europeo, invece, ha dovuto praticare solo umiltà.
Ieri, come allora, l’Italia intera si è stretta in un abbraccio.
Ha messo al bando diffidenze e paure, proprio per il timore stesso di non poter rivivere quell’emozione che allora fu.
Viscerale, primitiva, che muove, preme e incalza, quella trepidazione ieri si è riversata anche nelle strade di Siracusa (tutte le foto di questo servizio sono di Eliseo Lupo). Coorti e cortei nei corsi e nei rincorsi. Piazze e strade gremite di bandiere e banditi, ma per una notte soltanto. Frenesia e fanatismo.

Le luci ingarbugliate hanno ingelosito persino ‘a muntagna che ha decretato di rinforzare la sua supremazia tinteggiando il cielo di fuoco.
Risate, vociate, stridii, tutto è stato, giustamente, non composto.
Poi stamane la quiete. Le riflessioni, le pacche sulle spalle, le occhiate furtive.
La città è ripiombata in un assordante silenzio, quasi ipnotico o forse scaramantico, perché la festa, sì, c’è stata ed è finita, ma le bandiere non sono ancora state piegate e serbate e le magliette ufficiali non sono ancora state riposte nei cassetti.
I gessetti bianchi, rossi e verdi sono stati temperati e i parrucconi pettinati. E noi? Noi vivremo questi quattro giorni come sempre, ma con un ritornello continuo nella testa che inizia con un “po po po e finisce con ……”[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][/vc_column][/vc_row]











