La magia della reciprocità. Majaria, la Sicilia della magia e dei misteri di Paolino Uccello

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio, rubrica a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Sull’importanza e sulla necessità dei riti per l’umanità scriveva Pasolini già negli anni Sessanta, dopo la traduzione d’«occasione» dell’Orestiade commissionata da Vittorio Gassmann nel 1960, a proposito di un progetto di realizzazione di una «Orestiade Africana» che, nel 1970, il poeta e regista di Casarsa consegnerà a un lungometraggio dalla genesi complessa e stratificata.

In una prospettiva di definitivo abbandono dei temi neorealisti che aveva segnato la sua produzione precedente, per Pasolini il «ritorno all’antico» serve, paradossalmente, ad instaurare un ‘rapporto diretto’ con la realtà contemporanea fatta di continue contraddizioni, laddove il processo di industrializzazione che andava caratterizzando la società italiana in quegli anni aveva interrotto il rapporto tra uomo e natura, tra progresso e cultura, tra società e civiltà. In questa prospettiva, dunque, il rito e il mito permettevano di ripristinare il rapporto ‘magico’ che l’uomo, per millenni, aveva instaurato con la natura e con il mondo e che il progresso tecnologico stava inesorabilmente annientando.

Quella di Pasolini non era, comunque, l’unica voce autorevole che in quegli anni si levava in Occidente per muovere una critica radicale alla società dei consumi e al mito del progresso tecnologico. La celeberrima «metafora delle lucciole» che lo scrittore ‘corsaro’ usò per muovere un pesante attacco dalla pagine de Il Corriere della Sera (Il vuoto di potere in Italia, 1 febbraio 1975) contro il «sistema», rivendicando un ritorno alle origini e a «quell’infanzia dei popoli» cantata dai poeti in cui l’uomo viveva a stretto contatto con la natura, della quale si sentiva parte indissolubile, veniva da lontano.

Già Borges, infatti, aveva usato l’immagine delle lucciole per muovere la sua critica alla ‘disumanità’ dell’uomo: «Un uomo può essere nemico di altri uomini, di altri momenti di altri uomini, ma non d’un paese: non di lucciole, di parole, di giardini, di corsi d’acqua, di tramonti» (Finzioni, 1944).

Nel 1949 Fernand Braudel entrava al College de France e, nella sua lezione inaugurale, parlando della pallida luce degli avvenimenti e della tache de l’historien, faceva riferimento alle lucciole come immagine di un mondo che scompariva insieme ai suoi riti e che lo studioso ha il dovere di salvare raccontandolo.

La «morte delle lucciole» era in Pasolini una provocazione politica chiara. Il poeta condannava la scomparsa delle lucciole, accusando di tale scomparsa la classe dirigente italiana che aveva promosso un modello di sviluppo e di aver organizzato in un certo modo la vita sociale, favorendo l’inquinamento e l’abbandono delle campagne e contribuendo alla sparizione di tradizioni e culture popolari.


Leggendo Majaria. La Sicilia della magia e dei misteri (Edizioni Xiridia, 2021, pp. 110), raffinato e interessantissimo libello di Paolino Uccello, vengono alla memoria le lucciole pasoliniane e assale una nostalgia immensa per un mondo scomparso, che sopravvive ormai soltanto nella memoria degli antenati dei pochi anziani superstiti, nelle ricerche demo-etnografiche e nei musei: la stessa nostalgia che colse Leonardo Sciascia quando, rievocando l’incanto delle lucciole pasoliniane ne L’Affaire Moro (1978), scrive: «Era proprio una lucciola, nella crepa del muro. Ne ebbi una gioia intensa. E come doppia. E come sdoppiata. La gioia di un tempo ritrovato – l’infanzia, i ricordi, questo stesso luogo ora silenzioso pieno di voci e di giuochi – e di un tempo da trovare, da inventare» (L’Affaire Moro, 1989, pp. 467-468).

Incantagione, malinconia e gioia. Questi i sentimenti che si provano sfogliando il libro di Paolino Uccello, insieme alla feconda felicità di compiere un viaggio dentro il cuore della nostra terra,

dentro la meraviglia di questa propaggine orientale dell’isola, l’altopiano degli iblei, di cui Uccello può essere oggi considerato – et pour cause – il massimo conoscitore ed esperto.

Paolino Uccello non ha bisogno di presentazioni.

Direttore del Museo “T.E.M.P.O.” di Canicattini Bagni, ideatore e presidente del “Sistema Rete Museale Iblei”, co-fondatore dell’Eco-museo degli Iblei, guida naturalistica, ricercatore appassionato e coltissimo, autore di programmi e di reportage di interesse naturalistico per canali tematici nazionali ed internazionali e di una infinità di pubblicazioni in materia, non c’è leggenda, rito, evento folclorico, luogo, pianta, animale e monumento legato agli Iblei che egli non conosca e non abbia studiato.

Il portato e la valenza di questa preziosa enciclopedia si associa ad una semplicità e ad una essenzialità straordinarie, che fanno di Paolino Uccello un impareggiabile divulgatore scientifico.

Majaria rivela tutte le doti di ricercatore, di appassionato studioso e di divulgatore dell’autore.

Prefato da Mario Lonero, etno-antropologo allievo di Nunzio Bruno e ricercatore di vaglia, introdotto dalla giornalista e scrittrice Isabella Di Bartolo ed impreziosito dalla copertina e dalle tavole illustrative di Carmela Amenta, Majaria è un libro che rapisce e che si legge tutto d’un fiato, introducendo il lettore nel mondo della “majaria”: l’universo magico che, secondo la cultura popolare, rappresenta una dimensione parallela che si manifesta evocata attraverso un sistema di pratiche antichissime tramandate oralmente da nonna a nipote, da madre in figlia, da una generazione a un’altra.

Una antica sapienza, dunque, il più delle volte tramandata attraverso le donne, custodi delle prime forme di medicina popolare. Le “majare” discendevano dalle antiche “Herbariae”, le prime donne medico del popolo, esperte conoscitrici della Natura, dei poteri di erbe e di piante, che imparano ad utilizzare a scopo terapeutico e benefico attraverso la pratica e l’esperienza. Ben presto i loro medicamenti, ricavati dalla natura, diventano per il popolo l’unico rimedio, l’unica cura possibile, in una realtà, quale quella rurale, formata da contadini e pastori.

Attraverso “majare”, “majari” e “ciaravuli” Paolino Uccello svela al lettore le virtù di piante, di frutti e di metalli; il potere di amuleti come il ferro di cavallo e di simboli come la spirale; il mistero di riti come il “malocchio” e di pratiche legate alla panificazione, alla preparazione dei cibi e dei banchetti; le legende legate ai santi, ad animali fantastici, a creature mostruose come Lamia.

Nulla viene trascurato in questo libro. Ogni usanza, ogni credenza e superstizione legata alla civltà agro-pastorale iblea viene passata in rassegna e spiegata con dovizia di esempi e di narrazione di episodi tratti dalla quotidiana esperienza di escursionista dell’autore.

L’origine delle streghe, U Verbu, La notte di Natale e le magie, La bottega delle guaritrici, Il Verbasco, Sortilegi d’amore, I sette nodi, sono tra i capitoli più interessanti dell’opera. L’autore, districandosi con disinvolta competenza in questa complessa e intramata materia, individua analogie e filiazioni tra le civiltà e le culture che si sono succedute nel territorio lungo i secoli, spiegando come pratiche e rituali siano traghettati dalla cultura pagana a quella cristiana, cambiando connotazioni e usi; o come i rituali religiosi venivano spesso impiegati nella magia bianca per un impiego benevolo o per scacciare demoni e spiriti maligni.

Leggere il libro di Paolino Uccello è come entrare dentro un Bestiario, un Erbario, un Lapidario, compiendo così una immersione nelle profondità del tempo, in quella Naturalis Philosophia di pensatori come Agrippa, Giordano Bruno, Bernardino Telesio, Tommaso Campanella, che teorizzavano le affinità tra il grande Universo e l’infinitamente piccolo celato nel corpo umano; o la “symphateia” che governa il cosmo e la “physis”, il regno naturale, permettendo così che particolari poteri e virtù potessero essere ‘catturati’ e impiegati dall’uomo attraverso i riti e le pratiche della Grande Opera Alchemica.

A fondamento di tutto questo prezioso sapere che l’autore ha svelato e spiegato ai lettori nel suo libro, vi stanno valori fondamentali per ogni civiltà e cultura: lo scambio, la reciprocità, la prossimità, l’altruismo, il riconoscimento dell’alterità e l’inclusività.

L’opera di Paolino Uccello ha il rigore di un saggio e il fascino di un libro d’avventure, ma ha anche la profondità di un testo filosofico.

Da questo libro comprendiamo come riti, superstizioni, credenze e leggende afferenti alla cultura popolare svolgano una funzione fondamentale: quella di garantire, attraverso la loro ripetizione, la stabilità al nostro vivere quotidiano, in quanto essi rappresentano azioni simboliche legate alla comunità.

La loro scomparsa testimonia come oggi sia dominante quella che il filosofo coreano Byung-Chul Han, uno dei massimi pensatori contemporanei, definisce una «comunicazione senza comunità».

 

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