Col tempo e l’esperienza si impara che il confronto e la condivisione sono essenziali quanto lo starsene da soli a riflettere. Anzi: a meditare.
Molte delle incertezze, delle paure, delle insicurezze e degli errori che commettiamo derivano dalla incapacità di isolarsi in una stanza e restarsene in pace da soli.
La meditazione è una capacità che ci consente di renderci più utile e gradevole la vita. Non c’è una tecnica stabilita e quindi non c’è un’autorità alla quale obbedire per imparare. Si impara a conoscersi osservando sé stessi, il modo in cui si cammina, in cui si mangia o si parla, il contenuto di ciò che diciamo: le chiacchiere, l’odio, la gelosia, l’essere consapevoli di tutto ciò che abbiamo dentro.
La mia “stanza di meditazione” è l’acqua. Starci dentro, intendo.
D’estate, scendo giù alla scogliera a poche centinaia di metri sotto casa. Bastano un costume e gli occhialini.
Breve tratto di strada, scendo la ripida scalinata, poggio l’asciugamani e sono sugli scogli. Il primo assaggio dell’acqua col piede: quella piacevole sensazione di fresco che ti sale lungo la gamba ed arriva alla schiena e su fino al collo. Ruoto prima le spalle, poi le braccia, aggiusto dieci volte gli occhialini perché combacino perfettamente: se entra un minimo d’acqua, la nuotata è rovinata.
Mi tuffo tutto in una volta: entrare piano piano è un’agonia. Ecco, di botto sono sott’acqua, trattengo il fiato, pinneggio ondulando il corpo, sento solo il rumore dell’acqua, un silenzio bellissimo. Costeggio il muro di roccia che racchiude la scogliera accanto a me; una miriade di piccoli pesci si lascia cullare dal moto delle onde. Il fascio di luce del sole penetra in profondità nell’acqua e si scompone a raggiera.
Tutti i problemi si fermano e inizia un’altra vita. Mi sento bene in acqua, mi sento io e sento tutto me stesso. Penso che forse il mio ambiente naturale sia liquido.
Muovo un po’ il corpo, la schiena scricchiola, il collo… tac… si è sbloccato… ok guardo su, vedo la schiuma dell’onda che si frange contro gli scogli sul pelo dell’acqua. Mi do una spinta in avanti e ancora sott’acqua arrivo al punto in cui la scogliera si apre. Emergo respiro e via, si inizia.
Nuotare in piscina ti dà ritmo; nuotare a mare ti dà tempo: non ci sono virate, vasche da contare, cronometro e partenze da rispettare.
Non manca la fatica e ci vuole concentrazione. In tanti anni, ho imparato a sentire il mio corpo e a sapere quando e come spingere o tirare il freno.
Faticare e pensare. Faticare è pensare. Pensare e meditare. Pensare è meditare. Nuotare è faticare e pensare e meditare.
A cosa penso? A come essere utile, a come risolvere i casi che sto seguendo, a godermi il momento, a contare i miei pezzi dentro e fuori.
Conosco la costa, ho i miei punti di riferimento: lo scoglio affiorante, l’albergo, la villa dell’amico. E conosco il tempo che ci impiego a fare il mio percorso.
Una Caretta Caretta staziona qui dall’inizio dell’estate.
Vedo il profilo del centro storico della mia città. I più lo conoscono per averci passeggiato sopra; qualcuno l’ha visto dal mare, da un’imbarcazione; ma in pochi sappiamo cosa sia vederlo da dentro l’acqua.
Il caldo del sole mi accarezza le spalle. Respiro profondamente la salsedine. Mentre faccio il percorso di ritorno, un banco di piccole ricciole mi sfiora.
Lasciandomi cullare dalle onde, mi fermo a mezz’acqua ad osservarle finché spariscono.
Torno da un luogo in cui si può fare colazione a un metro dal mare, guardando sorgere il sole. Mi giro di nuovo a godere del profilo dell’Isola di Ortigia. Una Tartaruga ed un banco di ricciole hanno nuotato insieme a me, appena sotto casa mia.
Non so se oggi ho risolto dubbi o problemi. Ma certamente, avrò trovato energie e motivazioni per farlo. E non ho che un solo pensiero: che culo che ho avuto a nascere qui!
Valerio Vancheri











