Nuove iniziative legislative puntano a vietare la macellazione equina equiparando i cavalli a cani e gatti. Animalisti esultano, ma la filiera trema: a rischio un simbolo dello street food di Catania e dell’Isola
Potrebbe essere la fine di un’era per la gastronomia siciliana. In Parlamento tornano a farsi strada proposte di legge che mirano a vietare la macellazione dei cavalli a fini alimentari, riconoscendo agli equidi lo status di “animali d’affezione”, esattamente come cani e gatti.
Se approvata, la norma rappresenterebbe un terremoto culturale ed economico, specialmente per la Sicilia orientale.
La proposta nasce da un cambiamento di sensibilità ormai evidente: sempre più italiani vedono il cavallo come un compagno di vita o di sport, e non come una risorsa alimentare. I consumi nazionali sono in calo costante, ma la “macchia di leopardo” resiste in alcune roccaforti. Tra queste, Catania è indiscutibilmente la capitale. All’ombra dell’Etna, la carne di cavallo non è solo cibo, è un rito sociale.
Le storiche “putìe” (trattorie/macellerie), il fumo delle griglie lungo via Plebiscito, le classiche polpette di cavallo: tutto questo rischierebbe di scomparire per legge. Un colpo al cuore di una tradizione popolare radicata che coinvolge anche Siracusa e molti comuni dell’hinterland.
Il fronte è spaccato in due:
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I favorevoli: Associazioni animaliste e parte della politica spingono per lo stop, denunciando spesso criticità nei controlli e sottolineando l’intelligenza e la sensibilità dell’animale.
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I contrari: Le organizzazioni agricole e i difensori delle tradizioni locali insorgono. Per loro, l’allevamento equino è una nicchia produttiva vitale. Vietare la macellazione significherebbe chiudere allevamenti, macellerie specializzate e ristoranti, con ricadute occupazionali pesanti in territori dove questo mercato è ancora fiorente.
Al momento si tratta di iniziative parlamentari e il confronto è ancora aperto. Non ci sono tempi definiti per l’approvazione, ma il tema è ormai in agenda. L’Italia si trova a un bivio: seguire l’onda etica che “umanizza” il cavallo o tutelare le ultime isole di resistenza gastronomica e culturale.











