[vc_row][vc_column][vc_video link=”https://youtu.be/1UFgpWhhg5Y”][vc_column_text]Ho scritto tante volte che Venditti è la musica di Roma, quella che appena lui attacca col piano vedi i pini, i sampietrini, il Tevere e l’aria sottile e gli stormi che al tramonto fanno quei meravigliosi disegni nell’aria.
Ma questa song, che pure è romanissima, che pure uscì quando io stavo qui a Roma a fare l’università, nel ’78, eppure questa song per me è una fotografia siracusana.
Era una pasquetta, sì doveva essere una di quelle giornate quando si fanno le “scampagnate”. Non poteva essere una domenica qualunque perché appunto studiavo a Roma, doveva essere proprio pasquetta del 1978. Più o meno.
La foto della memoria è scattata all’Isola nella casa dei miei cugini Simone e Maria Concetta che spesso in occasione delle feste organizzavano “scampagnate” nella villa di famiglia. La foto della memoria è scattata nel primo pomeriggio e riprende i ragazzi che nello slargo davanti la casa cazzeggiavano, forse un gruppo giocava a pallone, e si sentiva, probabilmente dall’autoradio di una macchina, “Sotto il segno dei pesci” a fare da colonna sonora alla cartolina generazionale.
Eravamo esageratamente giovani, imbronciati, irridenti, dentro i nostri pullover stretti, i pantaloni a zampa d’elefante, coi i capelli lunghi e gli ormoni in subbuglio.
La song era lontana dall’atmosfera della placida remota provincia siciliana, parlava di giovani metropolitani delusi eppure innamorati, di ingegneri che lavoravano in una radio, di insegnanti solitarie, di giovani in cerca di un futuro diverso e migliore. E io la sentivo mia quella song dopo l’acre 1977 e la vita e i fatti che m’erano passati accanto.
All’isola no. C’era il sole del pomeriggio, le voci ragazzine, le risate e l’impressione di vivere un momento fugace ma perfetto.
Noi “stretti in libera sorte
violenti e teneri se vuoi
figli di una vecchia canzone”.
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]











