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Pare che il problema di Adelmo, in arte Zucchero, quella sera fosse che aveva pattuito un prezzo 5 milioni e dei vestiti col produttore dello zucchetto che avrebbe indossato a condizione ovviamente che la marca fosse ben visibile. Il paron del festival l’aveva diffidato dal fare questa pubblicità occulta (allora si chiamava solo pubblicità) ma lui, che dei 5 milioni aveva bisogno perché allora non era una star ma un cantante ventinovenne non di grande successo, alla fine si mise il cappello con la marca in vista e cantò (in playback come tutti) col terrore d’essere cazziato o squalificato. Arrivò penultimo Sanremo in quel 1985.
Eppure quella sera l’Italia ascoltò per la prima volta la più bella, moderna, laica, appassionata e assieme disincantata, provocatoria e assieme rispettosa dichiarazione d’amore per tutte le donne. Una song che è diventata un inno, un manifesto identitario, un modo di dire per le donne in cerca di guai, le donne al telefono che non suona mai, che se hanno fatto molti sbagli sono piene di paure, donne dentro pomeriggi opachi, donne alla moda donne controcorrente, donne che negli occhi hanno aeroplani per volare ad alta quota, donne in mezzo a una via, allo sbando, senza compagnia, donne, pianeti dispersi che negli occhi hanno anche tanta voglia di avventura.
Come era accaduto 2 anni prima con la “Vita spericolata” di Vasco, Sanremo non riconobbe il capolavoro e il genio, ma ne fù levatrice ignara. Ignara che da allora in poi se qualcuno in un gruppo avesse mai esclamato a voce alta “donne”, da qualche parte si sarebbe inevitabilmente e per sempre sentito qualcun altro proseguire “dududu in cerca di guai”.
Il video che vi propongo è l’originale di Sanremo di 36 anni fa, con annessa lunga presentazione di Pippo Baudo. 50 secondi: saltateli e andate direttamente alla song. [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]











