Il geologo e storico Vincenzo Belfiore ha portato alla luce un documento seicentesco che dimostra come i due eventi di arte effimera più noti della Sicilia orientale discendano da un’unica tradizione celebrativa nata a Noto Antica
Alla fine, siamo tutti parenti. E, poi, non abbiamo inventato nulla. Due frasi fatte e strafatte ma che, sempre alla fine, restituiscono la cifra di una verità che affonda le radici nei secoli dei secoli. E tutto ciò ha valore se lo si guarda con l’occhio del distinguo tra Noto e Pachino, tra i netini e i pachinesi e, si, tra l’Infiorata e l’Inverdurata. Poiché in passato, e qui torniamo indietro nel tempo di quasi mezzo millennio, non solo tutto era sotto l’egida di Netum, ma i due eventi di arti effimere più importanti della Sicilia moderna (L’infiorata ha celebrato il 47esimo anniversario e l’Inverdurata il 20esimo) erano una cosa sola. Si, avete capito bene: fiori e verdure, petali e bucce, tutti assieme a comporre mosaici di arti effimere per celebrare San Corrado.
Ad effettuare la scoperta è stato Vincenzo Belfiore, geologo, storico, ambientalista, appassionato di sport e chi più ne ha più ne metta.
«Se oggi l’Infiorata di Noto e l’Inverdurata di Pachino stupiscono il mondo – ha raccontato Enzo Belfiore – il merito non sta nell’invenzione recente di una tecnica, ma nella riattivazione di un codice artistico condiviso, le cui radici affondano nello stesso identico luogo: l’antica Netum (Noto Antica) sul monte Alveria». Belfiore porta con se delle prove, che sono contenute nel manoscritto del frate Girolamo Lanza “Breve relatione delle feste di S. Corrado Protettore della città di Noto, fatte l’ultime d’Agosto dell’anno 1620″. «Un documento storico eccezionale – spiega Vincenzo Belfiore – una vera e propria finestra aperta che ci permette di comprendere a fondo la fastosità e la magnificenza barocca che caratterizzavano le grandi celebrazioni nella Sicilia dell’epoca».
Infatti è proprio in quella Netum ante 1693, ovvero prima che il terremoto cancellasse per sempre la città medievale e barocca, che si svolgono i fatti descritti da frate Girolamo Lanza nelle sue cronache. «Questo resoconto – continua Belfiore – non era una corrispondenza privata, ma una vera e propria relazione ufficiale inviata a Madrid all’illustre cittadino di origini netine Pietro Corsetto, rappresentante della Sicilia nel Real y Supremo Consejo de Italia, il Supremo Consiglio d’Italia del governo spagnolo. Mostrare al reggente a Madrid la grandiosità della festa di San Corrado significava posizionare Noto ai vertici del prestigio culturale dell’impero. E da quella stessa matrice identitaria nascono, come sorelle e figlie della stessa terra, l’attuale Noto e l’attuale Pachino».
E così, nel racconta di Lanza emerge la consacrazione dell’elemento vegetale come supremo strumento del Fasto, convertendo fiori e verdure in un’architettura del lusso e celebrazione trionfale. «La pietra scompare – Belfiore cita Lanza – e lo spazio urbano si trasforma: «erano le strate cambiate in giardini, la terra in horto». I cittadini e le maestranze dell’epoca non si limitavano a spargere petali, ma “dipingevano” le strade. Il piano dinanzi alla chiesa diventava un manto «di verdure, fruttifere piante, e mille varietà di fiori, dipinto, che gareggiaua con qualunque vagho giardino».
Con la distruzione di Noto Antica e la successiva ricostruzione geografica del territorio, questa straordinaria eredità visiva si è quasi “sdoppiata”, camminando sulle gambe delle due città figlie: Noto, ricostruita sul colle Meti come capolavoro del Barocco d’architettura, ha ereditato l’anima aristocratica e la ricerca del cromatismo totale, quel “compartire artificiosamente quadri infiniti” fatto di rose vermiglie, giacinti e fiori porporini che oggi rivive nell’Infiorata di Via Nicolaci.
Pachino, fondata nella metà del Settecento nel cuore agricolo del feudo che un tempo apparteneva proprio all’antica Noto, ha ereditato la fecondità della terra, la cultura rurale e la monumentalità plastica dei frutti della terra. L’Inverdurata contemporanea trova così la sua radice nobile e legittima proprio in quelle «verdure» e «fruttifere piante» citate espressamente dal frate seicentesco. «La vera sorpresa storica – conclude Belfiore – è che sia l’Infiorata che l’Inverdurata non fanno altro che parlare questa lingua universale e antichissima: I maestri Infioratori di oggi sono i discendenti diretti di quei «pellegrini ingegni» del ‘600 che sotto gli occhi del Consiglio d’Italia, senza risparmiare fatiche, trasformavano la città in un effimero, odoroso e paradisiaco set teatrale».
Nella foto: Ricostruzione fantastica nel senso proprio di fantasia dell’intelligenza artificiale dell’Inverdurata e dell’Infiorate su ricostruzione della piazza maggiore di Noto antica dell’Università di Palermo











