…1982: musica e memorie “fumose” di Pordenone nell’anno degli ombrelloni-oni-oni e di Cucurucucu

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[vc_row][vc_column][vc_video link=”https://www.youtube.com/watch?v=uPudE8nDog0&feature=youtu.be”][vc_column_text]…perché a me questa cosa che Pordenone risulta essere la città con la migliore qualità di vita in Italia m’ha smosso la nostalgia, perché io a Pordenone ci ho vissuto per 10 meravigliosi mesi, ho dei ricordi bellissimi, avevo 24 anni e in quella città ho respirato la libertà più piena, completa, aspra e tossica della mia vita, e così inevitabilmente quando è uscita quella classifica su Italia Oggi mi è tornata in mente quella stagione e certo mi pare una minchiata che quel paisazzo veneto-friulano sia il miglior posto per viverci ma non è di questo che voglio scrivere che non è una rubrica di politica che state leggendo ma una di musica e cazzeggio e quindi sono questi i temi che intendo affrontare con la consueta inattendibilità e purtuttavia con una certa precisione storica in quanto io a Pordenone ci vissi dal gennaio all’ottobre del 1982 e la musica di quei 300 giorni è irreversibilmente abbinata alle immagini di quei luoghi, ai volti di quelle persone, volti e luoghi che praticamente non ho più rivisto e che quindi mucica, luoghi e volti sono rimasti cristallizzati assieme come dentro un’ambra della memoria e da allora sono foto col sonoro, macchine del tempo, basta una nota, la frase di una canzone e mi ritrovo dentro l’ambra con 38 anni di meno a fare il sottotenente dei bersaglieri nell’immensa caserma lungo il viale di fronte all’ospedale, oppure al Planetarium, discoteca in voga all’epoca dove andavamo in cerca di donne che non trovammo mai anche perché noi soldati per quanto cercassimo di mimetizzarci ce l’avevamo scritto in faccia cosa eravamo, da dove venivamo, cosa volevamo e quindi ci godevamo solo la musica dell’epoca e all’epoca “la” canzone che si ballava in discoteca al Planetarium era Don’t you want me degli Human League, a seguire Wordy Rappinghood dei Tom Tom Club, e poi arrivò, a sbaragliare tutti, Der Kommissar di Falco (che tutti cantavamo in tedesco maccheronico fino alla frase fondamentale e incomprensibile “aleskar der Kommissar”), ma questo al Planetarium perché fuori, nelle strade, nelle radio, nelle cassette che suonavamo in macchina a farla da padrone era lui anzi loro, Franco Battiato&friends perché il 1982 era l’anno della “Voce del Padrone” album più vendutol con una compilation di hit insuperabili come Bandiera Bianca (che me la cantavano i bersaglieri: “sul ponte sventola il tenente Bianca” ma soprattutto contenente il mantra “c’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero”), Cucurucucu, Centro di Gravità Permanente (“gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte della dinastia dei Ming”), tanto per citare tre leggendarie song, a cui si accompagnavano i “friends” che cantavano e suonavano Battiato come il tormentone della grande Giuni Russo che ci fece stonare per mesi “Un’estate al mare/stile balneare/fare i bagni a largo/per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni” o il violino di Giusto Pio che ci suggestionò con la sua Legione Straniera, ma c’era anche dell’altro, molto altro perché in quelle giornate ci incrociavamo ragazzi che venivamo da posti lontani e che in posti lontani saremmo tornati e ci scambiavamo pezzi di vita ed enormi cannoni di hashish e, certo, fumandoci le canne non ascoltavamo Battiato, c’era altra musica a raccontare le nostre ebbrezze e la suonava la macchina di uno di noi, Gianni, che in pratica aveva un’auto che era un’accessorio dell’autoradio con enormi woofer e squillanti tweeter, e da quelle casse uscivano i Talking Heads con lo stralunato David Byrne che un po’ ci somigliava nel video disarticolato di Once in Lifetime o con il loro Psyco Killer (122 milioni di visualizzazioni del video originale, senza immagini solo una foto del gruppo), dalle casse enormi uscivano i Joy Division con le loro ossessive Trasmission e prevedendo che Love will tear us apart, ma sentivamo ogni musica in quel 1982 indimenticabile mentre l’Italia era felice perchè vinceva i mondiali e poi sconfitta nell’anima e nella dignità perchè la mafia assassinava Dalla Chiesa, sentivamo le cose dei ragazzi della nostra età la provocante

Bertè che confessava Non sono una signora, i Toto che invocavano Rosanna che loro ovviamente pronunciavano “Rosena”, Alan Parson ci indicava il suo Eye in the sky, un giovanissimo Vasco che affermava sul palco di Sanremo Vado al massimo e c’erano anche le canzoni per ridere come Non succederà più della giovane e bellissima Claudia Mori che il comandante della compagnia dei mortaisti gliela cantava al mio amico Marco da Portogruaro (“quando ho bisogno di te, succede che tu non ci sei”), e pioveva sempre a Pordenone e faceva un freddo cane e la mattina quando con i miei bersaglieri correndo (i bersaglieri corrono sempre, corrono solo, ero una acciuga nel 1982) andavamo all’adunata, sotto gli anfibi sentivamo le pozzanghere di ghiaccio che si frantumavano, e poi la sera ci davamo appuntamento alla stazione per ritrovarci e andare in giro e ho davanti agli occhi quel piazzale livido e la radio che suonava Notte che se ne va di Pino Daniele (che non lo sapevo che poi l’avrei conosciuto e passato un giorno vicino a lui quando organizzò col Ministero dell’Ambiente il concerto a Piazza Plebiscito “Napule non è una carta sporca”) e quella canzone e quella voce un po’ melancolica di Pino s’intonava a quelle notti umide, disperate e drogate e felici che passavamo a Pordenone che non era allora la città la più vivibile d’Italia ma accoglieva tutta intera e ingombrante la nostra musica e la nostra libertà…

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