…perché non lo so se l’avete notato, ma quasi tutte le canzoni famose usano il telefono per cose tristi, per amori che finiscono o sono impossibili o clandestini, per drammi familiari, per sfighe varie e il canovaccio non cambia molto nel pop anglofono anche se lì ci sono sbandate sporcaccione che redimono il telefono da strumento della malasorte virandone l’uso verso l’opportunità godereccia e comunque sono eccezioni e va pure detto che l’epoca d’oro del telefono in canzonette è stata la fine del secolo scorso perché il muovo millennio avendo moltiplicato le forme e le occasioni di comunicazione interpersonale ha relegato il vecchio phone a soprammobile vintage come si vede peraltro nel mitologico video della madre di tutte le canzoni “telefoniche”, Buonasera dottore, con Claudia Mori che fa il numero con il selezionatore a ruota e poi anticipando di qualche decennio la tecnologia (era il 1975) canta con una sorta di viva voce che all’epoca era di la da venire, ma si tratta di licenze poetiche per un must della musica italiana (Mina la rifiutò stoltamente per inserirla anni dopo in una delle sue raccolte) che rappresenta l’archetipo della telefonata galeotta e imbarazzata fra amanti, oggetto di cover a tinchitè fra le quali inarrivabile è quella di Vianello con la Mondaini che racconta la telefonata vista dalla casa del “dottore” e non storcete il naso perché c’era di ben peggio che i sospiri della bella Claudia in quanto quello stesso anno
uscì ed ebbe un gran successo una delle canzoni più vergognose della musica italiana, Piange il telefono, con Domenico Modugno che parlava con una bambina di 5 anni, sua figlia a sua insaputa, e cercava piagnucolosamente di parlare con la sua ex donna che non se lo filava per niente e mi fece pensare che i bambini nelle canzoni dovrebbero vietarli perché già allora, a 18 anni, l’anno del diploma al Gargallo, avevo una coscienza (che è andata poi scemando) e comunque non pensate che il ’75 sia stato l’anno delle canzoni impresentabili anche se a onor del vero nelle feste ballavamo All by Myself di Eric Carmen che, da ragazzi volgari quali eravamo, supponevamo fosse un inno all’autoerotismo, non è vero che c’erano solo song scarsone perché fu l’anno di Bohemian Rhapsody e Born to run, di Don’t leave me this way (nella versione originale di Harold Melvin and blue notes, che non sfondò come quella, leggendaria, di Thelma Houston dell’anno dopo, e che tutte portavano verso la versione “definitiva” e sublime dei Communards di Jimmy Sommerville – ex frontman dei Bronski Beat- e di You Sexy Thing degli Hot Chocolate(rilanciata recentemente dal film Full Monty) di Love is a Drug dei Roxy Music di Brian Ferry (che segnalo nel video per le buongustaie), di Young Americans di Bowie e, diciamola tutta fino all’ultimo, di No woman no cry di Bob Marley… e quindi, insomma, era una annata con i controcazzi per la musica nel mondo mentre da noi il telefono piangeva a dirotto o nella migliore delle ipotesi s’intristiva il Sabato Pomeriggio con Baglioni e s’arrapava un po’ con la Bertè di Sei Bellissima anche se questo con le canzoni telefoniche non c’entra perché se il ’75 fu l’anno delle telefonate languorose in musica, il tema era stato in realtà lanciato 9 anni prima da Mina con Se telefonando (testo di Maurizio Costanzo, musica di Ennio Morricone) che raccontava di un amore sfigato assai, almeno per il potenziale destinatario della telefonata che verrebbe lasciato senza grandi spiegazioni (“se telefonando io potessi dirti addio ti chiamerei… Ma non so spiegarti che il nostro amore appena nato è già finito”) e pensate che oggi c’è chi si lamenta d’essere lasciato con un messaggino, il poveretto manco una telefonata si meritava anche se non è chiaro per quale motivo la signora Anna Maria Mazzini in arte Mina non potesse telefonare (non si trovava il gettone? aveva scordato il numero?
il telefono era rotto) e a pensarci bene sta storia del telefono che non funziona torna nelle nostre song anche autorali se pensate che le Donne dududu in cerca di guai di Zucchero erano “al telefono che non suona mai” che non si capisce bene se stavano al telefono ancorché non suonasse o stavano sempre a parlare con altri e non chiamavano mai Sugar Fornaciari, come del resto Venditti nella sua Unica non ha più fortuna perché dice alla sua amata che non lo ascolta “se ti chiamo lo so che trovo sempre spento” e vi prego di notare l’evoluzione dei tempi perché quando Mina avrebbe potuto telefonare (e Modugno avrebbe dovuto astenersi dal farlo) il rischio di trovare il telefono “spento” non c’era e per fortuna o sfortuna trova acceso il telefono Max Gazzè nel suo Il solito sesso facendo una appassionata dichiarazione d’amore ma forse non alla donna giusta e parlando di appassionate dichiarazioni telefoniche una delle più celebri e languorose è quella di Stevie Wonder (che nella vita ha scritto capolavori ma non è questo il caso) I just call to say I love you, ma si tratta di una eccezione perché anche nelle musica forestiera il telefono (almeno per le mie esigue e triviali conoscenze) è sovente portatore di tristezza anche se a volte accompagna song straordinarie come la vecchia 911 (non l’attuale omonima hit di Lady Gaga) aperta da un giro di chitarra che mette i brividi e poi cantata dall’autore Wyclef Jean (quello dei Fudgees con Lauryn Hill per intenderci) e dalla suprema Mary J. Blidge che invitano a turno a chiamare il 911, che l’equivalente americano del 113, perché il disperato sta morendo sparato nel cuore e nell’anima dalla donna da cui gli amici dicevano di guardarsi che deve somigliare alla Adele di Hello che lilla-lilla chiama dalla California l’uomo che ha mollato per dirgli che gli dispiace di avergli spezzato il cuore e spatte quasi si lamenta che lui non le risponde mai perché forse finalmente ha capito che Adele aveva seguito a suo tempo il consiglio delle deliziose TLC che nella loro hit No Scrubs– vi consiglio il video leggendario – che ovviamente conoscevano il tipo che in California stava con Adele, evocando il telefono l’avevano consigliata con alcuni immortali versi (No, non voglio il tuo numero, no, non voglio darti il mio, no, non voglio incontrarti da nessuna parte, no, non voglio nemmeno un po’ del tuo tempo) che dipingevano appunto uno “scrub”, cioè uno sfigato, un fannullone, uno di quelli che oggi, per dirla con Brunetta o con Calenda, prenderebbe il reddito di cittadinanza e se vi pare che questa menata sta andando per le lunghe io non posso essere che d’accordo con voi, ammesso che siate arrivati a leggere fino a qui e vado a chiudere con la parte migliore perché non di sole sfighe e sfigati parlano le canzoni telefoniche, perché ce ne sono anche di spigliate e ammiccanti e ne cito solo due, una, Call me, della mitica Debbie Harris in arte Blondie che invita a chiamarla ma non per discutere di filosofia né del Recovery Fund né della riforma elettorale in quanto la canzone fu scritta appositamente su richiesta di Giorgio Moroder per far da colonna sonora a un film, “American Gigolò”, in cui si trattava di un mestiere antichissimo, ma la regina, che dico, l’imperatrice, la canzone delle canzoni telefoniche a mio inappellabile avviso è una delle mie song preferite, che coglie bene la delicatezza del mio animo, ed è, l’avrete capito ormai, Sex over the phone degli immortali Village People e siccome so che conoscente il complesso testo a memoria vi risparmio citazioni e mi limito a sottolineare anche il valore storico della testimonianza culturale di cui questa canzone è espressione alta perché oggi il sex over the phone non lo fa più nessuno, è passato di moda come le audiocassette, la carta carbone, e le NSU Prinz (che io imparai a guidare su quella di mia madre, verde d’ordinanza come tutte oggi se ne vedessi una mi commuoverei), ma i Village non passano mai di moda. I Village sono per sempre.
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