Saro:“Avvocaticchio, avemu un problema…”

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[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”U fattu è nenti: è comu si cunta, rubrica a cura di Valerio Vancheri”][vc_column_text]Come al solito, Saro si era presentato allo studio senza appuntamento. Aveva più di sessant’anni. Magrissimo, zigomi alti, mento sporgente e due occhietti marroni, che dimostravano tutta la sua furbizia.

Saro frequentava il nostro studio di famiglia da oltre trent’anni. Non c’era verso di riceverlo previa telefonata, né di ottenere alcun pagamento. Saro si presentava sempre senza preavviso: quando voleva lui e, dopo le solite rimostranze della segretaria, che gli scivolavano addosso senza nessun effetto, riusciva immancabilmente a farsi ricevere.

Talvolta portava in omaggio un coniglio, frutto della sua occupazione principale: la caccia di frodo. Viveva in provincia e, come ogni buon bracconiere, conosceva perfettamente il territorio. Preziosissimo, nel caso fosse necessario trovare un buon artigiano, in qualsiasi settore.

Si rivolgeva a me benevolmente, chiamandomi “avvocaticchio”, ma solo per ragioni d’età. “Sono stato <<cliente>> di suo nonno e, poi, di suo zio e  mi fido di voi. Parlo con lei, perché lo so che gli altri hanno cose più importanti da fare”. Se voleva che fosse un complimento, Saro non c’era riuscito benissimo; tuttavia non mi dispiaceva che una persona che frequentava lo studio di famiglia da così tanto tempo mi dimostrasse, senza dovermi mettere alla prova, la sua fiducia.

“Dunque, come lei sa, a mia mi piace andare a caccia…”, esordì, mascherando da hobby quel che, invece, era una sistematica violazione della legge. “Capita, accussì, che vado girando…”. Saro la stava prendendo alla lontana e notavo che i suoi occhi furbi mi stavano studiando, per capire se davvero poteva fidarsi. Io non lo interrompevo, non solo per non dargli segni di impazienza, che avrebbero potuto renderlo più diffidente, ma anche perché mi piaceva ascoltare le sue storie di vita, di caccia, di rapporti più o meno leciti: veri e propri romanzi popolari.

Dopo una lunga premessa, sui bei vecchi tempi, su quando era giovane, su come era riuscito sempre a cavarsela in ogni situazione, finalmente Saro venne al punto: “Avvocaticchio, deve sapere che l’altro giorno mi trovavo in un paisi vicino ad Enna…”.

“Ad Enna ? E che ci facevi, Saro?”.

“Sa, avvocaticchio, io là mi corico con una fimmina…”. La vicenda si era fatta decisamente interessante. “Una fimmina giovane… e sposata!”. Il tono si faceva sempre più basso e confidenziale ed io mi sentivo sinceramente lusingato da tanta confidenza, anche se ancora non riuscivo a capire quali fossero gli aspetti legali della faccenda. Avevo di fronte un uomo ultra sessantenne, che si recava ad oltre 150 chilometri da casa, per incontrarsi con l’amante, almeno vent’anni più giovane di lui e la situazione non poteva non destare la mia ammirazione, oltre che la mia curiosità.

“Come le dicevo, avvocaticchio, la signora è sposata e mi avverte quando non c’è il becco di suo marito. Io, con la scusa di andare a caccia, mi metto in macchina, la raggiungo, e mi passo due ore di felicità”.

“Sono contento per te, Saro, ma guarda che quel che fai è ben più pericoloso del bracconaggio…”.

“Ma che mi dice, avvocaticchio, ascutasse a mia, e poi videmu”. Saro era, così, riuscito a catturare tutta la mia attenzione e l’atmosfera si era fatta carica di aspettative. “Dunque, come ci stavo dicendo, mi telefona ‘sta picciotta, dice: <<Saro, vieni che oggi esce…>>. Così mi metto in macchina, mi asciugo ‘sti 150 chilometri, e mi presento sotto casa sua. Ma, minchia!, il becco è ancora lì: c’è la sua macchina parcheggiata…”. La sua espressione rendeva perfettamente l’idea della delusione di quell’imprevisto, che si era frapposto tra lui ed il desiderio da soddisfare con urgenza.

“…allora che faccio ? – mi sono detto – viaggio a vuoto ? Non mi sono perso d’animo, e mi sono appostato dietro la mia macchina, in attesa che il becco uscisse”.

Vuoi vedere che c’è scappata la lite, pensai, mentre già mi vedevo coinvolto – gratuitamente – in un processo ad Enna, per percosse, lesioni, ingiurie, minacce e quant’altro.

“Mentre mi trovavo ammucciato, chi passa ?…”.

Saro aveva lasciato la frase in sospeso, ed io non stavo più nella pelle. “Chi passa?”, mi affrettai ad incalzarlo.

“I cornuti più cornuti di tutti!”. Saro era stato categorico e definitivo, e mi guardava convinto che io, da avvocato e da siciliano, avessi immediatamente capito di chi parlava.

“Ah…” risposi, dopo una breve pausa, sperando invano che volesse proseguire spontaneamente, e cercando di dissimulare il fatto che, in verità, non avevo la minima idea di chi stesse parlando.

“Dunque c’erano altri cornuti, oltre al marito”, finii col dire, pensando che Saro, forse, in quel paese si era dato da fare parecchio.

“Ma quale marito, avvocaticchio. Mentre ero ammucciato, non mi vanno a passare i Carrabbineri ?”.

Cercare di aprire un dibattito sulla funzione dei Carabinieri e su come fosse oltremodo ingiusto definirli “cornuti” sarebbe stata impresa impossibile. Senza dargli l’impressione di condividere la sua definizione, dunque, lo invitai a continuare.

“I Carrabbineri, vedendomi così ammucciato, si sono insospettiti, mi fermarono e mi chiesero i documenti. Vedendo che ero della provincia di Siracusa, mi chiesero che ci facevo lì”.

“Mi sembra il minimo, Saro”, mi affrettai a chiarirgli.

“Certo, avvocaticchio; ma io, a quel punto, non sapevo che dirgli. Il paese è piccolo, e non potevo chiaramente dirgli che ero là, perché mi dovevo incontrare con la signora…”

“Andiamo avanti…” lo esortai, già temendo il peggio.

“A questo punto, vollero vedere la mia macchina. Fatto sta, che io, in macchina, ci tengo sempre il fucile carico, per la caccia”.

“Beh, certo! Non essendo stagione per la caccia, vagli a spiegare…”, esclamai.

“Peggio, avvocaticchio! Vedendomi ammucciato, e col fucile a portata di mano, quelli pensarono che stavo preparando un agguato a qualcuno!”.

A quel punto, la mia curiosità aveva lasciato il posto al terrore puro. Avevo davanti un presunto killer, colto in quasi flagranza, acquattato ed armato. Come avrei potuto sostenere io, giovanissimo ed inesperto avvocatino di provincia, un simile impegno ?

 “Certo, Saro, la cosa si fa seria…”, dissi, cominciando subito a sfogliare i codici, per fornirgli almeno un primo e superficiale parere sul da farsi e sui rischi del caso.

“La cosa è più seria di quanto creda, avvocaticchio”. Nel suo sguardo c’era evidente la sua sincera richiesta d’aiuto.

“Ma, dimmi, ti hanno portato in caserma ? ti hanno interrogato ? che gli hai detto ?”

“Ca certo che mi portarono in caserma, avvocaticchio!”. Questa volta, il termine era stato chiaramente usato in tono di rimprovero, per la mia inesperienza.

 “Gli dissi che si sbagliavano, che ero un cacciatore e che mi ero seduto un po’, per fumare una sigaretta, prima di ripartire. Gli dissi che al mio paese ero molto conosciuto e li feci telefonare a casa mia, per avere conferma”.

“Oh, meno male. E com’è finita”.

“E’ finita che quei cornuti chiamarono, e tutti gli confermarono che sono una brava persona. Vollero parlare con mio figlio, con mia moglie e con altri vicini di casa. Poi, finalmente, si sono convinti e mi rilasciarono”.

 “Beh! A questo punto, la storia potrebbe avere ulteriori conseguenze, Saro”, mi preoccupai di informarlo; “Bisognerà cominciare a preparare una difesa adeguata, fornire idonee testimonianze sulla tua rispettabilità…”.

La mia preoccupazione, sul piano professionale, era assolutamente sincera e mi sforzavo di apparire il più serio e competente possibile.

“Avvocaticchio, non ci siamo capiti…” – sbottò Saro – “Io non mi preoccupo di nessun processo e di nessuna accusa da parte dei Carrabbineri!”.

L’affermazione così categorica mi aveva colpito, spiazzato e lasciato a bocca aperta.

“Avvocaticchio; io sto tornando ora da Enna. Ancora non sono andato a casa ed ho preferito prima passare di qua…”

Saro aveva lasciato la frase in sospeso, cercando, con il suo sguardo penetrante, di cogliere in me una complicità che, in verità, io non riuscivo a mettere a fuoco.

“Avvocaticchio; io non ho paura della Giustizia!” – sentenziò alla fine, spazientito dalla mia ingenuità – “Quello che voglio sapere da lei è un’altra cosa, avvocaticchio… Io che ci devo cuntare stasira a me’ mugghieri ?”.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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