[vc_row][vc_column][vc_video link=”https://youtu.be/u6frnAMV0us”][vc_column_text]Il pugile Rubin Carter venne condannato nel 1966 per un triplice omicidio che non aveva commesso. Era nero, ad accusarlo furono due rapinatori bianchi, a condannarlo dei giudici bianchi.
Rubin era un ottimo pugile, poteva diventare campione del mondo. Lo chiamavano “uragano”.
Rubin era innocente ma sarebbe marcito in carcere per tutta la vita se Rober Zimmerman nel 1976 non gli avesse dedicato una canzone diventata un inno contro tutte le ingiustizie, contro i processi farsa, le testimonianze costruite con i ricatti.
Il cantante aveva un nome d’arte, Bob Dylan, e la song è “Hurricane”.
Siamo nel territorio della storia della musica, delle canzoni che stanno al pop come la “Vocazione di San Matteo” di Caravaggio sta alla pittura, come la Sagrada Familia di Gaudì sta all’architettura, come il gol di Van Basten nella finale dell’europeo contro la Russia sta al calcio.
Fra i vari video che circolano della song ho scelto quello con la traduzione in italiano in sovrimpressione. Perché Hurricane è musicalmente una ballata che ti porta via, che ti risucchia col suo ritmo incalzante, che non ti da tregua e se non siete anglofoni, ma anglofoni assai, non seguite il testo. Invece questa è una song che va ascoltata parola per parola, che ti conduce lungo una storia americana e te la racconta con crudezza e verità.
Rubin Carter è stato scarcerato nel 1985 e riabilitato solo nel 1988. E’ morto nel 2014.
Ma “Hurricane” non morità mai.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]











