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L’ombra di sé stessa: i trend di TikTok che insegnano alle ragazzine a sparire un po’ alla volta

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Su TikTok, in chat private nate da un semplice contatto sotto un video, adulti che si fanno chiamare ana coach insegnano a ragazzine di dodici e tredici anni come smettere di mangiare

Su TikTok, in chat private nate da un semplice contatto sotto un video, ci sono adulti — o chi si spaccia per tale — che si offrono di insegnare a ragazzine di dodici, tredici anni come smettere di mangiare. Si fanno chiamare ana coach. Non è un episodio isolato, non è una voce di corridoio: è un fenomeno documentato da anni di inchieste giornalistiche in Italia e in Europa, e riguarda da vicino chi con quelle ragazze ci vive, ci lavora, le educa ogni giorno — genitori, insegnanti, maestri.

Per capire perché questi contenuti non smettono mai di tornare, bisogna partire da come funziona la macchina che ce li mostra. Un algoritmo come quello di TikTok vive di un solo obiettivo: tenere gli utenti il più a lungo possibile sulla piattaforma. Che un video faccia stare meglio o peggio chi lo guarda non è ciò che il sistema misura: conta quanto tempo resta sullo schermo, quante volte lo riguarda, quanto a lungo si sofferma su quel fianco, su quel piatto, su quella frase. Ogni ricerca, ogni pausa, ogni “mi piace” diventa un dato che il sistema usa per affinare ciò che mostrerà dopo. Il risultato è un ambiente che si modella sull’utente in tempo reale — e che, se intercetta una fragilità, tende ad assecondarla piuttosto che correggerla, perché la fragilità, in termini di tempo speso sull’app, funziona meglio della serenità.

Algoritmi: burattinai dai fili sempre più invisibili

C’è un pensatore che aiuta a capire questo meccanismo meglio di molti tecnici del settore: Byung-Chul Han, filosofo coreano naturalizzato tedesco, tra i più letti in Europa negli ultimi vent’anni. Nel suo libro più noto, La società della stanchezza, descrive una società che non ha più bisogno di un padrone esterno che imponga sacrifici: ognuno impara a imporseli da solo, convinto di scegliere liberamente — è quello che può succedere a chi smette di mangiare pensando che sia un traguardo, non un problema.

Quella convinzione, però, non nasce da sola: la costruisce un algoritmo che smette di mostrare il mondo intero e comincia a mostrarne solo uno — il suo. È il meccanismo della bolla, quella che gli esperti chiamano “echo chamber”: più ci si sofferma su un contenuto, più il sistema ne propone di simili, finché tutto quello che si vede conferma quello che si pensa già, e ciò che potrebbe far dubitare smette semplicemente di comparire. Dentro quella bolla non c’è più una comunità reale che si assume la responsabilità di quello che dice, ma un coro di voci anonime che si confermano a vicenda senza rispondere di nulla — quello che Han chiama “sciame digitale”. Una ragazza convinta di essere sola con il proprio disagio, dentro quella bolla, smette di sentirsi sola: incontra decine di altre ragazze che vivono, spesso senza saperlo, lo stesso malessere. Non si aiutano tra loro: si specchiano, e rischiano di spingersi più a fondo insieme. Isolate ma circondate, è uno dei meccanismi attraverso cui un disagio personale può, gradualmente, radicarsi e aggravarsi.

Non un caso isolato

Negli ultimi anni su TikTok si sono susseguiti fenomeni che, sotto l’apparenza dell’ispirazione o della “sfida simpatica”, nascondono meccanismi tutt’altro che innocui: dalle challenge fisiche rischiose ai contenuti che normalizzano l’autolesionismo travestendolo da estetica, fino ai video che promettono disciplina e trasformazione e in realtà insegnano fame. Non sono episodi scollegati tra loro, ma varianti della stessa logica descritta sopra, che si ripresenta con facce diverse ed è sempre più difficile da riconoscere per chi non conosce i codici di quel mondo.

Tra questi trend, uno dei più insidiosi ha un nome quasi rassicurante da hashtag: skinnytok. Non è un fenomeno di nicchia: gli osservatori internazionali che lo monitorano parlano di centinaia di migliaia di contenuti associati all’hashtag e di milioni di visualizzazioni complessive tra TikTok e le altre piattaforme — un numero che, da solo, basta a far capire quanto sia esteso e quanto poco marginale. Ed è dentro skinnytok che si nasconde la figura dell’ana coach.

Come funziona, concretamente

Le chat si aprono in pochi minuti, spesso spostandosi da TikTok a Telegram, dove è più facile sparire senza lasciare tracce. L’ana coach chiede peso, altezza e foto; con il tempo, chiede anche obbedienza. Una delle inchieste che ha portato il fenomeno all’attenzione pubblica è quella del Daily Telegraph, pubblicata nel 2021 all’indomani della morte di Nikki Grahame, ex concorrente del Grande Fratello britannico scomparsa dopo anni di lotta con l’anoressia: i giornalisti trovarono su TikTok utenti che chiedevano apertamente ad altri di fare loro da “ana coach”, insieme a richieste di commenti denigratori sul proprio aspetto usati come incentivo a mangiare ancora meno. Da allora, inchieste analoghe si sono susseguite in diversi paesi europei, con esiti sovrapponibili: non un’amica, non una guida, ma un adulto — o chi si spaccia per tale — che insegna a una minorenne come smettere di mangiare, e la ringrazia quando ci riesce.

Chi si occupa di queste dinamiche le paragona, senza esagerare, a quelle di una setta: un capo carismatico che si finge alleato, un sistema di regole rigide, verifiche periodiche, premi e umiliazioni pubbliche per chi cede alla fame. Chi entra in quel circuito pensando di aver trovato finalmente qualcuno che la capisce, rischia di consegnare il proprio corpo e la propria autostima a uno sconosciuto che ha interesse a mantenere quella relazione: più a lungo dura, più a lungo dura il controllo.

A confermare quanto le adolescenti siano esposte a questo tipo di manipolazione è Laura Dalla Ragione, psichiatra e direttrice della Rete per i Disturbi del Comportamento Alimentare dell’Usl Umbria 1, tra le massime esperte italiane del tema e autrice del volume Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari. Nei suoi interventi pubblici, Dalla Ragione distingue tra due tipi di influencer che agiscono sui più giovani: chi propone modelli alimentari orientati al controllo del peso e chi propone modelli corporei da inseguire — entrambi capaci, secondo la sua analisi, di insinuarsi nella fragilità identitaria tipica dell’adolescenza, quando il corpo diventa il terreno su cui si gioca il bisogno di accettazione. È proprio quella fragilità, spiegano gli esperti del settore, a rendere le ragazze un bersaglio più esposto: non servono minacce, basta far credere che la magrezza sia amore, riconoscimento, appartenenza.

Dai genitori agli insegnanti: i segnali da riconoscere

Vale la pena premettere una cosa: l’adolescenza è per sua natura un’età di cambiamento. Il rapporto con il corpo, con il cibo, con l’immagine di sé si trasforma comunque, anche senza che nulla di preoccupante sia in corso. Non tutto ciò che cambia è un campanello d’allarme, e non serve leggere nel telefono di una figlia o di un’alunna per starle vicino. Detto questo, ci sono alcuni segnali che, se osservati con attenzione — non con sospetto — possono aiutare un genitore o un insegnante a capire meglio cosa sta attraversando una ragazza:

  • Il rapporto con il cibo cambia in modo marcato e prolungato: pasti saltati con scuse ricorrenti, porzioni che si riducono senza una ragione dichiarata, rifiuto crescente di mangiare in compagnia.
  • Il linguaggio cambia: parole come “disciplina”, “controllo”, “meritare da mangiare” cominciano a comparire con un tono quasi orgoglioso, come se fossero un traguardo.
  • Il corpo diventa un pensiero ricorrente: pesarsi più volte al giorno, controllarsi allo specchio, confrontarsi costantemente con altri.

Nessuno di questi segnali, preso da solo, è una prova di qualcosa. Ma se si presentano insieme e persistono nel tempo, meritano attenzione: è un motivo sufficiente per parlarne, con calma, senza accusare, e se serve chiedendo il parere di un professionista. Riconoscere un segnale non significa allarmarsi: significa restare presenti.

Un divieto che non basta

Le piattaforme dichiarano da anni di vietare hashtag e account collegati ai disturbi alimentari. Le inchieste, da anni, trovano il contrario: contenuti reperibili in pochi tap, con la sola accortezza di una grafia alterata o di un tono ironico che li fa passare per innocui. Ogni volta che una parola viene bandita, ne nasce un’altra al suo posto — un codice, una storpiatura, un’emoji — perché il divieto colpisce l’etichetta, raramente il meccanismo che la genera. Quando un’inchiesta mette una piattaforma all’angolo, la risposta è quasi sempre la stessa: si aggiornano le policy, si oscura qualche hashtag, si promettono filtri più intelligenti. Mesi dopo, un’altra inchiesta trova spesso gli stessi contenuti sotto un’altra grafia.

Una responsabilità che riguarda tutti

Non è utile, di fronte a un fenomeno come questo, cercare un unico colpevole. Non lo sono le piattaforme da sole, non lo sono i genitori distratti, non lo sono gli insegnanti che non se ne accorgono in tempo. È più onesto riconoscere che viviamo in una società che ha reso più difficile, per chiunque e in particolare per un’adolescente, costruire un rapporto sereno con il proprio corpo e con la propria immagine — una società che misura il valore delle persone in visualizzazioni, che premia il controllo su di sé come se fosse una virtù, e che ha messo nelle mani di ragazzine di dodici anni uno strumento capace di intercettare e amplificare qualunque fragilità.

Di fronte a questo, la domanda utile non è “di chi è la colpa”, ma cosa può fare ciascuno, nel proprio ruolo. Chi progetta le piattaforme può scegliere di dare più peso alla sicurezza che al tempo di permanenza. Chi fa le regole può chiedere conto di quelle scelte. Le scuole possono trovare spazio, tra i voti e gli orari, anche per parlare di cosa succede in una chat privata alle undici di sera. E le famiglie possono provare a restare una presenza, non un controllo. Nessuna di queste responsabilità sostituisce le altre: si sommano. Ed è probabilmente prendendocele tutte, insieme, che si comincia a rendere quello spazio — tra l’algoritmo che non distingue e l’adulto che non chiede — un po’ più stretto per chi, come un ana coach, ha imparato a viverci dentro.

Se tu o una persona che conosci state attraversando un momento di difficoltà con il cibo o con l’immagine di sé, potete contattare il numero verde SOS Disturbi Alimentari 800 180 969, attivo gratuitamente su tutto il territorio nazionale.

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