Un “male di vivere” diffuso ma che si può combattere, l’intervista allo psicologo Emanuel Scifo

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Numerosi casi di suicidio hanno funestato anche la nostra comunità; ne parliamo con il dottor Emanuel Scifo, psicologo.

Dottor Scifo, leggendo le notizie di cronaca di queste settimane non si ha una bella sensazione, ci riferiamo ovviamente ai suicidi che, purtroppo, stanno colpendo anche la nostra comunità, azioni estreme che lasciano alle spalle dolore e frustrazione, perché forse non si è riusciti a comprendere in tempo il malessere delle persone. Anche se la domanda è certamente complicata, ma secondo lei a cosa sono dovuti queste improvvise ondate di suicidi tra la popolazione?

“In questo periodo di post pandemia stiamo assistendo ad una sorta di alienazione generale, da cui spesso difficilmente si riesce a trovare in maniera autonoma una soluzione.
Sono aumentati in maniera più che esponenziale i casi di depressione e di disturbo ossessivo-compulsivo e chi fa richiesta di aiuto spesso non ne aveva mai avuto esigenza finora.
Quel che più preoccupa è che questo fenomeno tocca la popolazione in maniera orizzontale: dai giovani agli anziani, da chi ha difficoltà economiche a chi vive una vita agiata.
Le cause nello specifico sono innumerevoli, ma tra le principali possiamo individuare un senso di impotenza di fronte a qualcosa che viene percepita come una situazione di vita da quale non vi è nessuna via d’uscita; tra queste possiamo individuare le difficoltà economiche, una vita lavorativa poco soddisfacente, problematiche sentimentali o legate ad un lutto o una malattia, abuso di alcool o droghe, salute mentale precaria e storia di suicidi familiari. Ma mi creda la lista sarebbe molto più lunga.”

Per nostra scelta editoriale, abbiamo già da tempo scelto di non dare troppo risalto alle notizie di suicidio a meno che non coinvolgano personaggi noti al pubblico; lei crede che leggere di qualcuno che ha compiuto l’estremo gesto, possa provocare una sorta di effetto-emulazione nel lettore che cova nel suo animo sentimenti simili?

“Non è escludibile, però è vero anche che, come tutti gli altri aspetti del comportamento disfunzionale umano, se non se ne parla per niente, si rischia di creare un tabù. È giusto che se ne parli, ma con rispetto, tanta attenzione ed evitando spettacolarizzazioni.”

Cosa si può fare, oggi, se si capisce che un nostro caro o un amico soffre intimamente questa sorta di male di vivere per aiutarlo e prevenire, per certi versi, gesti così estremi e dolorosi?

Suicidio e solitudine a volte sono facce della stessa medaglia. In questo ambito quando dico solitudine mi riferisco più ad un isolamento comunicativo che sociale.
Possiamo avere centinaia di amici sia sui social che nella vita reale, ma se con nessuno di questi ci apriamo veramente, è come vivere in un’isola deserta.
Nella maggior parte dei casi è davvero difficile carpire questo tipo di intenzioni, ma chiunque dovesse avere il sentore che un familiare, un amico, un collega stia pensando ad un gesto simile, ne deve provare a parlare, cercando di aprire spazi di pensiero in cui si cerchino soluzioni alla vera motivazione che sta alla base del malessere, per poi valutare sempre l’alternativa di chiedere aiuto ad uno specialista.
Uno psicologo, uno psichiatra, il medico di base possono essere delle figure in grado di dare un supporto concreto a chi pensa che non ci siano più soluzioni.

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