[vc_row][vc_column][vc_video link=”https://youtu.be/quQYeN5HdIw”][vc_column_text]L’idea di questa canzone venne ad Edoardo De Angelis su un autobus che passava da via del Tritone, davanti al negozio di cravatte “Proietti”. Arrivato a casa della nonna chiamò il suo amico e sodale musicale, Stelio Gicca Palli, e assieme scrissero “Lella”. Correva l’anno 1969 ma Lella sembra sia stata scritta un secolo prima (se nell’800 fossero state note le chitarre alla Paul Simon o Joan Baez), è diventata subito uno “standard”, cantata praticamente da tutti i cantanti romanideroma, da Venditti a Lando Fiorini. E come tutte le grandi song popolari racconta una storia cruda (venne censurata all’inizio) con la ricca signora Lella, moglie di quel venditore di cravatte del Tritone, che andava col suo amante, un toyboy squattrinato, a fare l’amore al mare finchè la mattina di Capodanno decise che s’era stancata e dice la famosa frase “me so stufata nun ne famo niente, e tireme su la lampo del vestito”.
Lella è la storia di un delitto. Il giovane amante, sentita quella frase acida e distratta, impazzisce e la strangola. La chiusa è gelida e atroce. Lui la sotterra stando attento a non sporcarsi il vestito. E la frase finale è ventosa e inumana.
“Me ne so’ annato senza guarda’ ‘ndietro
Nun c’ho rimorsi e mo’ ce torno pure
Ma nun ce penso a chi ce sta la’ sotto
Io ce ritorno solo a guarda’ er mare”
Se Lella è una delle song identitarie della capitale è perché è straordinaria e verissima. Ha più di 50 anni ma, come Roma, è eterna.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]











