[vc_row][vc_column][vc_text_separator title=”Convivio a cura di Mario Blancato”][vc_column_text]Le esperienze coloniali italiane spesso vengono ricordate esclusivamente attraverso le imprese in Libia, Somalia, Eritrea o Etiopia, tuttavia ancor prima di queste, agli inizi del ‘900, ci fu un evento che interessò la politica italiana che per la prima volta vide il novello Stato prodursi in un tentativo coloniale e, soprattutto, partecipare ad una impresa militare attraverso una forza internazionale, questa fu la “campagna cinese” che determinò la concessione italiana del Tien Tsin.
Già dalla prima metà dell’Ottocento il lontano mondo orientale arrivò alle cronache europee quando, subendo la famosa guerra dell’oppio, la Cina fu costretta dall’Inghilterra a cedere Hong Kong e ad aprire al commercio cinque grandi porti. Questo evento aprì, ben presto, una breccia non solo per i commerci ma anche per le mire espansionistiche di altri stati europei, come la Francia che, dieci anni dopo, con il pretesto di voler insediare i propri ambasciatori a Pechino, assieme all’Inghilterra, forzò la mano al governo cinese fino ad occupare la capitale e a costringerlo a stipulare un trattato che prevedesse la nascita delle Legazioni straniere, cioè di rappresentazioni diplomatiche permanenti e al pagamento delle indennità di guerra.
I conflitti ripresero alla fine del secolo quando potenze come il Giappone, la Germania e la Russia si unirono a Francia e Inghilterra nel pretendere territori costieri come base per i traffici commerciali. Questi eventi dal 1895, quando cioè l’anziana imperatrice Tzu-Hsi, chiamata dai tedeschi “il solo vero uomo” di tutta la Cina, amplificarono i contrasti interni e sfociarono in una politica rivolta contro le potenze straniere, queste ultime a loro volta si allearono per far fronte comune all’imperatrice.

L’obiettivo, ovviamente, era quello di proteggere gli interessi relativi ai traffici commerciali e soprattutto a quelli delle banche e delle compagnie ferroviarie che avevano impegnato forti capitali in quel territorio. Solo per fare un esempio, nel corso della seconda parte dell’Ottocento, si era sviluppata una vera e propria avversità dei cinesi per la costruzione delle ferrovie avviata dagli inglesi che avevano costruito le 12 miglia che servivano ad unire Shanghai allo scalo di Woosung da dove le merci potevano partire via nave. Qui la popolazione insorse poiché vedeva messo in pericolo il tradizionale sistema dei traffici economici e la possibilità di un rincaro delle derrate alimentari che le ferrovie avrebbero portato. In questa circostanza la sollevazione popolare produsse la totale distruzione della linea ferroviaria e l’attacco al personale della compagnia che tentava di riattare l’esercizio così, il governo cinese decise di acquistare tutto il costruito, per procedere alla sua sistematica demolizione.
Quando dopo vent’anni da quell’episodio le potenze straniere riproposero l’intenzione di iniziare la costruzione delle ferrovie, nacque un movimento xenofobo che si riversò contro le Legazioni straniere che rappresentavano il centro dell’ingerenza nella politica governativa. Il governo cinese rendendosi conto della gravità della situazione e che non possedeva né l’autorità né la forza per tutelare l’ordine e l’integrità delle concessioni fatte agli stranieri lasciò che i diversi governi esteri portassero piccoli contingenti del loro esercito per organizzare una difesa delle Legazioni. Così, già nei primi di giugno del 1900, si formò una coalizione internazionale che poteva contare su circa 2000 uomini agli ordini dell’ammiraglio Seymour, comandante della forza britannica in Cina.
Questa azione rese ancora più ostili i cinesi che il 12 giugno ingaggiarono un primo scontro contro i militari stranieri riuscendo ad uccidere il ministro tedesco, a profanare i cimiteri cristiani e a mettere in serio pericolo il personale delle Legazioni.
I rivoltosi cinesi furono denominati boxer, appellativo che fu dato dagli inglesi e allargato a tutti i cinesi contrari alla permanenza straniera, poiché queste bande armate erano guidate da un gruppo chiamato I-ho-t’uan ovvero “Pugni di giustizia e concordia”. Questi gruppi erano organizzati come sette segrete, seguivano rituali magico-esoterici e, soprattutto, esercitavano le arti marziali come il Kung fu, il loro obiettivo fu quello di schierarsi contro l’ingerenza dei “diavoli bianchi” a livello religioso ed economico oltre che politico.
Contadini in rivolta, intanto, cominciarono ad appoggiare il movimento dei Boxer ostacolando l’avanzata dell’esercito occidentale, le troppe tasse e gli anni di malgoverno da parte dei proprietari terrieri e delle autorità delle provincie avevano esasperato la popolazione, che appoggiò l’insurrezione con la speranza di liberarsi in un sol colpo degli imperialisti occidentali, dello strapotere della dinastia Manciù e dell’antiquato sistema di vassallaggio feudale.
Mentre la popolazione e i rivoltosi contrastavano l’avanzata dell’esercito nemico, i reparti dei Boxer acquisivano sempre più forza, debolmente contenuti da ordini non chiari e da azioni poco incisive dei reparti militari governativi. Presto si assistette ad un ribaltamento politico che portò gli alti esponenti della dinastia Manciù ad optare per un voltafaccia improvviso stabilendo di appoggiare la rivolta dei Boxer, ufficializzandola, con l’intento di scacciare una volta per sempre gli scomodi invasori occidentali e ristabilire il proprio incontrastato dominio nel Paese. È l’imperatrice Tzu-Hsi ad inviare l’ordine segreto ai comandanti delle truppe e ai governatori delle province perché cessino immediatamente le operazioni contro i Boxer, volgendosi in armi contro le forze armate alleate.

L’esperienza italiana
In questo frangente anche l’Italia ottenne in concessione il territorio del Tien Tsin, che divenne presto un importante strumento di sviluppo di interessi economico-commerciali in Oriente. Tuttavia, a causa della lontananza geografica e di una colpevole impreparazione riguardante sia la conoscenza dei territori che la cultura, tale circostanza non fu tramutata in una vera opportunità di investimenti.
I primi contatti tra Italia e Cina risalivano al 1866, con la stipula del Trattato di commercio e navigazione, anche se alcuni Stati italiani preunitari come il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie avevano già strutturato consolati a Macao e a Canton sin dalla prima metà dell’Ottocento.
La fine del secolo portò anche nei rapporti tra l’Italia e la Cina le stesse frizioni che abbiamo descritto per gli altri Stati, per capire cosa fosse nella realtà la legazione italiana citiamo l’ambasciatore del re in Cina Giuseppe Salvago Raggi: “Poco dopo – la legazione francese – si apriva un portone più modesto ed entrammo nella legazione d’Italia: una casetta a terreno con una veranda che un cortile separava dalla strada. A destra e a sinistra due cortiletti, nei quali erano due piccoli caseggiati, sempre a terreno: quello a sinistra per l’interprete e quello a destra per il segretario. L’impressione era desolante”.
Per difendere questa piccola concessione fu inviato l’incrociatore corazzato Vettor Pisani con duecento uomini che, agli ordini del tenente di vascello Annibale Colli di Felizzano, avrebbero dovuto contribuire alla difesa della legazione. La sottovalutazione del Governo italiano degli interessi commerciali e, in generale, dell’importanza di partecipare al mantenimento della legazione, fece sì che da subito il contingente italiano si mostrasse povero di uomini e mezzi.
Le legazioni subirono cinquantacinque giorni di assedio da parte dei boxer che riuscirono ad occupare alcune case abbandonate attigue alla Legazione italiana ciò comportò l’abbandono della legazione che il 22 mattina venne incendiata. Il contingente italiano si trasferì nella residenza di un mandarino cinese – fuggito alle prime rappresaglie – situata di fronte alla legazione inglese. Qui i marinai, insieme con un drappello di Giapponesi, si misero a protezione delle legazioni inglese, giapponese e spagnola. La conduzione dell’assedio, che si concluse con la presa e l’occupazione di Pechino da parte delle forze alleate, comportò la fuga dell’Imperatrice e la Corte si rifugiarono nel palazzo d’Estate e da qui si trasferirono a Xian, mentre gli edifici pubblici, i templi e i più sontuosi palazzi della capitale divennero gli alloggi delle truppe. Fu però stabilito che la Città Proibita non sarebbe stata occupata: l’umiliazione all’impero fu inflitta dal passaggio delle truppe che attraversarono da sud a nord i cortili e palazzi vietati da secoli a tutte le persone “comuni”. Finito l’assedio e le operazioni militari giunsero i rinforzi italiani, infatti, alle navi “Elba” e “Calabria”, si aggiunse con notevole ritardo, il “Fieramosca”, comandato dall’ammiraglio Candiani. Il corpo di spedizione italiano era quindi costituito da un battaglione di fanteria, un battaglione di bersaglieri, una batteria di mitragliatrici, un distaccamento del genio, un ospedaletto da campo e un drappello di sussistenza. In tutto si contavano 83 ufficiali e 1882 uomini di truppa, capitanati dal colonnello Vincenzo Garioni. Al momento dell’arrivo in Cina le truppe italiane incontrarono notevoli difficoltà come la mancanza dei mezzi adatti per procedere allo sbarco delle truppe, la mancanza di materiali cartografici attendibili, la mancanza di interpreti, il diffondersi tra le nostre truppe (a causa della diversità di clima e alimentazione) di malattie quali tifo, malaria e infezioni intestinali.
Altra notevole difficoltà fu il mantenimento della disciplina tra i nostri soldati (ciò era dovuto al fatto che la maggior parte dei militari che partecipavano alla spedizione in Cina avevano precedenti penali o provenivano da compagnie di disciplina).
Le diverse cronache riportano poi come i militari della coalizione internazionale si comportarono nei confronti non solo dei boxer ma in generale della popolazione cinese, qui i giudizi furono molteplici, per rimanere tra i protagonisti italiani, si va da un sommario giustificazionismo di Raggi che scrive “quando si comincia a sparare non ci si ferma facilmente e, ripeto, in guerra il valore della vita umana diminuisce assai quando è tanto facile sopprimerla”, tuttavia egli afferma che l’Italia fu quasi estranea ai vilipendi e massacri che invece le altre rappresentanze militari operarono egli stesso raccontava che “un segretario dello Yamen che era sempre stato nostro amico, venne nei primi giorni dopo l’assedio e colle lagrime agli occhi mi raccontò fatti veramente pietosi accaduti in quel quartiere da lui abitato. Vi andai e vidi bambini colla testa spaccata, alcune donne denudate ed uccise probabilmente dopo essere state violentate. È l’unico caso di grave violenza collettiva di cui abbia avuto notizia”.
Conclusioni
“Il disinteresse del Governo italiano per quella povera regia rappresentanza era tale che quando il ministro d’America prima, e poi uno ad uno tutti gli altri ministri, perfino quello d’Olanda, fecero circolare telegrammi dei propri Governi con felicitazioni al loro ministro, al personale ed ai rappresentanti esteri per gli scampati guai, io, che nulla avevo ricevuto, inventai un bel telegramma formato Visconti Venosta così gentile per i miei colleghi, che quando circolò, provocò lettere dei colleghi esprimenti la loro soddisfazione per le gentili espressioni del Governo italiano”. Con tale aneddoto raccontato dallo stesso ambasciatore Raggi si può a chiusura ribadire come l’impresa della costituzione della Legazione italiana in Cina non fosse ritenuta dal governo una priorità né militare né economica. A ribadire questo fatto ricordiamo che di tutte le nove concessioni straniere presenti a Tientsin, la concessione italiana era penultima, dopo c’era solo quella del Belgio, in rapporto all’estensione ricoprendo un’area di soli 447.647 metri quadrati, ed era anche la più povera in assoluto, vista la sua collocazione in uno dei più malsani sobborghi della città cinese. Quello che però soprattutto emerge è che concessioni come quella francese, inglese o tedesca avranno mire espansionistiche verso l’interno del territorio cittadino e altresì verranno effettivamente utilizzate come perno dei nuovi traffici commerciali.
In effetti, la scelta del territorio della concessione era stato un tema molto discusso tra i rappresentanti del governo italiano in Cina. Il console italiano a Tientsin, Cesare Poma, il 19 novembre 1901 aveva inviato un rapporto all’incaricato d’affari a Pechino, Camillo Romano Avezzana (che aveva preso il posto del ministro a Pechino Salvago Raggi), in cui esprimeva tutte le sue preoccupazioni su quanto l’Italia avesse fatto un affare assai svantaggioso scegliendo quell’area per la creazione della concessione. Al momento dell’insediamento italiano nella concessione risiedevano solo sedici italiani, contro una popolazione locale di ben 17000 cinesi. Vi era poi una sola impresa italiana che vi operava, ovvero la “Italian Colonial Trading Company”, la quale forniva le merci necessarie per gli spacci di Pechino e Tianjin. Bisognerà attendere il 1912 perché il ministro Di San Giuliano, con un disegno di legge, autorizzasse la Cassa Depositi e Prestiti a fornire le somme per lo sviluppo della concessione per il “mantenimento del nostro prestigio nell’Impero Cinese, essenziale per la nostra espansione economica in ogni tempo e importantissimo poi nel momento attuale in cui un soffio di vita nuova sembra pervadere tutto quello immenso organismo”. Nel 1914 fu data una struttura definitiva alla concessione la cui direzione venne data ad un console che presiedeva anche la municipalità (composta da sei rappresentanti della comunità italiana e tre di quella cinese), inoltre erano presenti una guarnigione militare e un corpo di polizia posto sotto il comando di ufficiali italiani che vigilavano sull’ordine e la sicurezza. Nel periodo fascista una delle più importanti funzioni che ebbe questo territorio fu quella della propaganda. Infatti, l’impresa italiana in Cina fu notevolmente utilizzata dal regime per affermare come l’Italia avesse collaborato con le altre potenze straniere al conflitto uscendone vincitrice, la concessione fu definitivamente estinta alla fine della seconda guerra mondiale con l’art. 25 del trattato di Parigi del 1947.
[/vc_column_text][vc_text_separator title=”di Salvatore Santuccio, docente di storia moderna Università di Catania”][/vc_column][/vc_row]




